Ogni anno le indagini demoscopiche sull’istruzione rischiano di essere lette come semplici termometri dell’umore collettivo: si annotano le percentuali, le si confronta con quelle dell’anno precedente e poi le si archivia. L’edizione 2026 dell’Ipsos Education Monitor, presentata per l’Italia in questi giorni a Milano nell’ambito del Wellbeing Happiness Forum, merita qualcosa di più, perché i dati che riguardano il nostro Paese descrivono una contraddizione che chi lavora nella scuola conosce bene: le famiglie continuano ad attribuire valore all’istruzione, ma faticano sempre di più a credere che quel percorso conduca da qualche parte, almeno entro i confini nazionali.

L’indagine è stata condotta tra il 19 giugno e il 3 luglio 2026 sulla piattaforma online Global Advisor di Ipsos, intervistando 23.537 adulti in 31 Paesi; per l’Italia il campione è di circa mille persone, considerato rappresentativo della popolazione adulta sotto i 75 anni, con un margine di precisione di più o meno 3,5 punti percentuali. Si tratta dunque di percezioni dell’opinione pubblica, non di misurazioni degli esiti scolastici, ed è con questa avvertenza che i numeri vanno letti.

Il quadro internazionale da cui la ricerca prende le mosse è ormai familiare. Il disagio psicologico resta la prima sfida indicata per i giovani, citato dal 33% degli intervistati, seguito a breve distanza dalla situazione economica del proprio Paese (31%), dagli effetti dei social media e di tecnologie come l’intelligenza artificiale (30%), dalla povertà e dalle disuguaglianze (29%) e dal problema dell’abitazione (25%). Quasi un intervistato su due, il 48%, ritiene che i giovani del proprio Paese abbiano una salute mentale fragile, con un picco del 68% in Cile. Il dato più dinamico, però, è quello economico: la quota di chi vede nell’economia nazionale il principale ostacolo per i giovani è cresciuta di sette punti in un solo anno, con aumenti registrati in tutti i Paesi tranne l’Ungheria.

L’Italia si colloca esattamente in questa seconda traiettoria. Da noi la prima preoccupazione non è la salute mentale ma l’economia, indicata dal 36% degli intervistati, e da questa sfiducia discende il dato che più colpisce dell’intera indagine. Il 79% degli italiani ritiene che i giovani avrebbero opportunità migliori trasferendosi all’estero, contro una media dei 31 Paesi del 62%: soltanto Indonesia (87%) e Sudafrica (80%) fanno registrare un valore più alto. Andarsene, in altre parole, non viene più percepito come un’esperienza formativa o come una scelta di apertura culturale, ma come una necessità. La stessa ricerca mostra, del resto, che i Paesi nei quali è più diffusa la convinzione che le opportunità stiano altrove sono anche quelli che più spesso indicano l’economia come il problema principale dei giovani. Coerente con questo quadro è la collocazione dell’Italia, insieme a Francia, Germania, Belgio e Giappone, nel gruppo delle economie mature più pessimiste: secondo i dati riportati nel grafico del rapporto, appena un quarto circa degli italiani ritiene che i giovani abbiano un futuro luminoso, e circa un terzo che avranno una vita migliore di quella dei loro genitori.

Eppure, ed è qui la contraddizione, la fiducia nel titolo di studio regge, e regge più che altrove. L’Italia si colloca tra i Paesi in cui la laurea è considerata al tempo stesso importante per affermarsi e conveniente in rapporto ai costi, in un’area del grafico che la avvicina più all’Argentina o a Singapore che ai partner europei, mentre il rapporto segnala che nella gran parte dell’Europa lo scetticismo verso l’università è diffuso. Lo stesso accade con il consiglio che si darebbe a un giovane: il saldo tra chi raccomanderebbe di iscriversi prima all’università e chi suggerirebbe di entrare subito nel mondo del lavoro è in Italia di 41 punti, contro una media di 33, laddove in Germania e in Gran Bretagna prevale addirittura il consiglio opposto. Si crede nella formazione, insomma, ma si dubita che il sistema produttivo nazionale sappia poi riconoscerla. Non è un caso che, sul piano globale, solo il 44% degli intervistati ritenga che i programmi scolastici preparino adeguatamente gli studenti al lavoro futuro, contro un 49% di contrari; e che il giudizio si rovesci tra i genitori con figli a scuola (52% di favorevoli), cioè tra coloro che il sistema lo conoscono da vicino.

Per chi si occupa di diritto scolastico, la parte più interessante dell’indagine è tuttavia quella dedicata alla tecnologia, perché tocca questioni sulle quali il legislatore e il Ministero sono intervenuti di recente e sulle quali è facile prevedere ulteriori sviluppi. A livello globale il 73% degli intervistati è favorevole a vietare l’uso dei social media ai minori di 14 anni, tanto a scuola quanto fuori, e dal 2024 il consenso a questa misura è cresciuto in tutti i Paesi tranne due; la Germania, con il 48%, è l’unico Paese in cui i favorevoli non sono maggioranza. In Italia l’aumento è stato di otto punti in due anni e, secondo quanto riferito in sede di presentazione, i favorevoli al divieto raggiungono l’81%. Sullo sfondo c’è una sfiducia diffusa nella sicurezza degli ambienti digitali: solo un terzo degli intervistati nel mondo ritiene che gli spazi online del proprio Paese siano sicuri per i giovani.

È un orientamento che va ben oltre l’attuale assetto normativo. Le circolari ministeriali sul divieto di utilizzo del cellulare durante l’attività didattica, prima nel primo ciclo e poi estese alla secondaria di secondo grado, regolano l’uso del dispositivo in orario scolastico e si muovono necessariamente nel perimetro dell’autonomia regolamentare delle istituzioni scolastiche e del potere disciplinare. Ciò che accade fuori dalle aule resta invece affidato a una disciplina diversa: la soglia dei quattordici anni per il consenso al trattamento dei dati nei servizi della società dell’informazione, fissata dal Codice in materia di protezione dei dati personali in attuazione dell’art. 8 del Regolamento (UE) 2016/679, è oggi il principale argine giuridico, e la sua effettività dipende in larga misura da sistemi di verifica dell’età che finora si sono rivelati assai deboli. Un divieto generalizzato, come quello che l’opinione pubblica sembra invocare, richiederebbe un intervento legislativo di altra natura, con tutte le questioni di proporzionalità e di compatibilità con il diritto europeo che ne seguirebbero.

Più sfumato è il dato sull’intelligenza artificiale, e proprio per questo più interessante. A livello globale soltanto il 39% degli intervistati vorrebbe vietarla nelle scuole, e il rapporto sottolinea come l’opinione pubblica stia imparando a distinguere tra le tecnologie percepite come una minaccia per il benessere dei ragazzi e quelle ritenute capaci di migliorare l’apprendimento: nei Paesi asiatici si sostiene il divieto dei social ma si accoglie l’IA in classe, mentre i Paesi anglosassoni si mostrano più diffidenti su entrambi i fronti. L’Italia, secondo i dati diffusi per il nostro Paese, si colloca su posizioni più prudenti della media, con circa il 45% di favorevoli al divieto. Il nostro ordinamento si è però mosso in una direzione diversa: la legge n. 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale ha subordinato l’accesso dei minori di quattordici anni a queste tecnologie al consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, e il Ministero ha adottato linee guida per l’introduzione dell’IA nelle istituzioni scolastiche, scegliendo la strada della regolazione e non quella del divieto. Quasi metà delle famiglie, a quanto pare, non si riconosce pienamente in questa scelta. Ne derivano conseguenze concrete per le scuole: l’impiego di strumenti di IA nella didattica, e ancor più nella valutazione o nella redazione di documenti come il PDP e il PEI, dovrà essere sorretto da una trasparenza verso le famiglie e da un rispetto degli obblighi in materia di protezione dei dati che non possono ridursi a meri adempimenti formali, perché è proprio su questo terreno che la diffidenza rilevata dall’indagine rischia di tradursi in contestazioni.

Ciò che emerge, nel complesso, è il ritratto di un Paese che chiede alla scuola di proteggere di più e di promettere in modo più credibile: proteggere sul piano del benessere psicologico e dell’esposizione digitale, promettere sul piano delle prospettive concrete che un titolo di studio dovrebbe aprire. Il rapporto Ipsos chiude osservando che la fiducia nel futuro non può essere data per scontata, ma va guadagnata attraverso sistemi educativi, mercati del lavoro e società capaci di offrire ai giovani ragioni credibili per credere di poter progredire. Sono due domande diverse, quella di protezione e quella di prospettiva, ma hanno un elemento comune: entrambe chiedono alle istituzioni di assumersi responsabilità che oggi ricadono, in modo spesso disordinato, sulle singole scuole e sulle singole famiglie.

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