Il MIM, in collaborazione con Indire, ha pubblicato il primo monitoraggio nazionale sui CPIA e sui percorsi di secondo livello a dieci anni dalla riforma del 2012. I numeri sono imponenti: oltre 524.000 frequentanti, di cui tre quarti stranieri; 130 Centri Provinciali con 936 sedi associate; 16.678 detenuti coinvolti. Un comparto che la transizione demografica renderà sempre più centrale e che chiama il sistema scolastico italiano a un investimento strategico. 

Il Primo Rapporto Nazionale sull'Istruzione degli Adulti pubblicato nei primi giorni di giugno 2026 dal Ministero dell'Istruzione e del Merito in collaborazione con l'INDIRE costituisce il primo esercizio sistematico di monitoraggio integrato del comparto a dieci anni dalla riforma istitutiva. Il rapporto deriva da una rilevazione condotta tra il gennaio e il febbraio 2026 (Nota MIM n. 116 del 28 gennaio 2026, con scadenza al 28 febbraio per la trasmissione dei dati), articolata in tre questionari distinti (Sezione Formativa, Sezione Metodologica, Sezione Organizzativa) e ha già trovato una prima discussione pubblica nel convegno di Didacta Italia 2026 (Firenze, 13 marzo 2026) dedicato al "sistema integrato di istruzione e formazione degli adulti".

Per cogliere la portata dei dati che andremo a esaminare, vale la pena richiamare la cornice normativa del comparto, che è frutto di una stratificazione legislativa di particolare complessità.

L. 28 giugno 2012, n. 92 (riforma del mercato del lavoro), art. 4, commi 51-68: introduce nell'ordinamento il concetto di apprendimento permanente "qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale, informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze". È la cornice di principio entro cui si colloca tutto il sistema.

D.P.R. 29 ottobre 2012, n. 263 (Regolamento di organizzazione dei Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti): è il provvedimento istitutivo dei CPIA, che ha sostituito i precedenti Centri Territoriali Permanenti (CTP). Il D.P.R. ha definito l'architettura organizzativa, le funzioni, la natura giuridica dei CPIA come autonome istituzioni scolastiche di pari dignità rispetto agli altri ordini di scuola.

D.I. 12 marzo 2015 (Linee guida per il passaggio al nuovo ordinamento dell'IdA): le linee guida operative che hanno reso attuativo il D.P.R. 263/2012, definendo i percorsi formativi, i livelli, i criteri di certificazione delle competenze.

L. 13 luglio 2015, n. 107 ("Buona Scuola"): in particolare l'art. 1, c. 11-15, che ha completato la cornice per l'IdA e  al c. 14  ha previsto il Piano Triennale dell'Offerta Formativa anche per i CPIA. È sulla base di questa legge che è stato avviato il monitoraggio nazionale.

Cornice costituzionale: art. 3 (uguaglianza sostanziale), art. 34 ("la scuola è aperta a tutti"), art. 27 c. 3 (rieducazione del condannato fondamento dell'istruzione in carcere). Per il sistema penitenziario, art. 19 della L. 26 luglio 1975, n. 354 (Ordinamento Penitenziario): "la formazione culturale e professionale è agevolata con particolare riguardo ai soggetti più giovani".

Il presidente dell'INDIRE Francesco Manfredi ha colto il senso strategico del monitoraggio in una formulazione che vale la pena richiamare: "la transizione demografica sta spostando una quota crescente della domanda di formazione dall'età giovanile a quella adulta". È un'osservazione di cui pochi al momento colgono la portata. Il calo demografico italiano su cui si fonda la riforma del dimensionamento scolastico di cui abbiamo già trattato produce due effetti speculari: contrazione della popolazione studentesca giovanile (con conseguente riduzione delle istituzioni scolastiche autonome) ed espansione della domanda di formazione in età adulta (sia per la necessità di apprendimento permanente, sia per l'apporto crescente di popolazione straniera adulta). Il sistema dell'istruzione degli adulti è dunque chiamato a un ruolo strategico nei prossimi decenni.

Il sistema integrato di Istruzione degli Adulti secondo i dati del rapporto si articola in un'architettura organizzativa di significative dimensioni.

I CPIA non sono semplici scuole serali, ma sono autentici soggetti pubblici di riferimento per le reti territoriali per l'apprendimento permanente (RETAP) secondo quanto previsto dalla L. 92/2012. La loro funzione non si esaurisce nell'erogazione di percorsi formativi: comprende anche attività di Ricerca, Sperimentazione e Sviluppo (RS&S) in materia di istruzione degli adulti, ruolo di coordinamento territoriale con altri soggetti formativi (CFP regionali, ETS, associazioni di volontariato, ASL, terzo settore), e certificazione delle competenze in entrata ai fini del riconoscimento dei crediti e della personalizzazione dei percorsi.

Il sistema integrato prevede quattro tipologie di percorsi formativi, ciascuna con destinatari, obiettivi e modalità organizzative proprie. I numeri del primo monitoraggio nazionale forniscono una fotografia inedita del comparto.

La distribuzione dei frequentanti rivela una caratteristica strutturale del sistema italiano dell'IdA: la prevalenza dei percorsi di alfabetizzazione linguistica (178.637 frequentanti, il 34% del totale escludendo l'ampliamento offerta formativa), che riflette la centralità dell'apporto degli stranieri adulti nel comparto. È un dato che corrisponde alle dinamiche demografiche degli ultimi quindici anni e che è destinato a consolidarsi nei prossimi anni.

Il rapporto evidenzia una polarizzazione geografica interessante: il primo livello è trainato dalle grandi città del Nord (riflesso della concentrazione di popolazione straniera nei principali centri urbani settentrionali), mentre il secondo livello è prevalentemente del Sud (dove le scuole serali tradizionali hanno una più radicata presenza storica, e dove la domanda di completamento del diploma da parte di adulti italiani è più elevata in rapporto al dato medio nazionale). Tra i frequentanti dei CPIA, il 62% è di genere maschile un dato che rispecchia, ancora una volta, la composizione della popolazione migrante adulta in Italia.

Il corpo docente del primo livello oltre 4.100 insegnanti, l'85,6% dei quali di ruolo costituisce una professionalità specifica che merita attenzione anche sul piano della formazione continua e della valorizzazione contrattuale. Insegnare a un adulto migrante che apprende la lingua italiana è una professionalità diversa da quella del docente di scuola secondaria di primo grado tradizionale, e richiede competenze pedagogiche, didattiche e interculturali specifiche.

Il dato più allarmante del rapporto è quello relativo alla dispersione formativa. Su circa 178.000 frequentanti dei percorsi strutturati (escluso l'ampliamento offerta formativa), 114.325 sono classificati a rischio dispersione (il 64% del totale), mentre 19.383 hanno effettivamente interrotto temporaneamente il percorso. Sono cifre che chiamano in causa la sostenibilità stessa del sistema.

Va detto con onestà: una percentuale di rischio dispersione superiore al 60% non è fisiologica per nessun sistema formativo. Si tratta di un dato che riflette le condizioni di vita strutturalmente complesse della popolazione destinataria del comparto: adulti che spesso lavorano (con orari incompatibili con la didattica), che hanno responsabilità familiari, che vivono situazioni di precarietà abitativa e logistica. Per i migranti, si aggiungono ulteriori fattori specifici: trasferimenti interregionali per ragioni di lavoro, modifiche dello status amministrativo, ricongiungimenti familiari. Per i detenuti  sussistono criticità ancora più gravi.

Il rapporto evidenzia inoltre un fronte scoperto della personalizzazione: nelle commissioni per il Patto Formativo Individuale operano in tutto 6 mediatori linguistici a fronte di un'utenza composta al 91% da allievi con cittadinanza non italiana. È un dato sconcertante. Sei mediatori linguistici a livello nazionale, in un sistema che accoglie quasi mezzo milione di stranieri adulti, sono una cifra che vale come confessione di un'inadeguatezza strutturale. Senza un investimento serio in mediazione linguistica il sistema rischia di affidarsi all'improvvisazione del singolo docente, con tutto ciò che questo comporta in termini di qualità del Patto Formativo Individuale e di tutela degli stessi diritti dei destinatari.

Sul versante del raccordo tra primo e secondo livello, lo strumento più diffuso è la certificazione delle competenze acquisite (51,3% delle scuole), seguita dall'attivazione di percorsi a frequenza integrata e dalla progettazione comune di percorsi integrati (entrambe al 26,1%); meno frequenti unità di apprendimento e consigli di classe integrati (rispettivamente 17,4% e 13%). Sono pratiche di verticalizzazione formativa che la rete del sistema integrato dovrà consolidare e standardizzare nei prossimi anni.

Un capitolo a sé è quello dell'istruzione negli istituti penitenziari. Il rapporto rileva 16.678 studenti detenuti coinvolti nel sistema dell'IdA, distribuiti per il 58,5% presso i CPIA e per il 41,5% presso le sedi di secondo livello. Le regioni con il maggior numero di detenuti in formazione sono Sicilia (2.244), Lazio (1.857) e Toscana (1.593) distribuzione che rispecchia, sostanzialmente, la mappa della popolazione detenuta in Italia.

Va richiamato il fondamento costituzionale dell'istruzione in carcere. L'art. 27, comma 3, della Costituzione stabilisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". L'art. 19 dell'Ordinamento Penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) declina questo principio costituzionale prevedendo che la formazione culturale e professionale del detenuto sia agevolata, con particolare riguardo ai soggetti più giovani. L'istruzione in carcere non è dunque un'opzione discrezionale dell'amministrazione penitenziaria: è uno strumento costituzionalmente necessario del trattamento rieducativo.

Le criticità segnalate sono indicative di un fronte di tensione tra logica dell'istruzione e logica della custodia che il sistema fatica a comporre. I trasferimenti frequenti dei detenuti, segnalati dal 72,7% delle scuole, sono talora dovuti a esigenze di gestione del sovraffollamento penitenziario, ma producono uno degli effetti più devastanti per la continuità formativa: lo studente che inizia un percorso in un istituto e viene trasferito in un altro spesso non riesce a riprendere il percorso da dove l'aveva interrotto, e di norma abbandona. È un tema su cui come ricordato dal Comitato Nazionale per la Bioetica e dal Garante Nazionale dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale sarebbe necessario un coordinamento più stringente tra il DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) e il MIM, con tutela del diritto del detenuto al completamento del percorso formativo intrapreso.

Sul piano delle risorse finanziarie, il rapporto evidenzia una marcata dipendenza del sistema dai fondi extra-MIM. Oltre ai fondi ordinari del MIM, la rete attinge soprattutto al PNRR (109 CPIA su 113) e ai fondi FAMI per migrazione e integrazione (104 CPIA). È una dipendenza che pone un evidente problema di sostenibilità nel medio-lungo termine: al termine del PNRR (2026 fase di attuazione, 2027 termine progettuale ultimo) e al venir meno dei fondi FAMI (vincolati ai cicli di programmazione UE), il sistema dovrà reggere prevalentemente sui fondi ordinari, che sono significativamente inferiori.

Il primo rapporto nazionale sull'istruzione degli adulti offre una fotografia di luci e ombre che merita di essere letta con onestà intellettuale. Sul lato delle luci, l'esistenza di una rete capillare (130 CPIA, 936 sedi associate, 1.018 istituti di secondo livello), il volume considerevole di utenza coinvolta (524.000 frequentanti), la qualità della struttura organizzativa con i CPIA che hanno saputo costruirsi nel decennio post-2014 un'identità professionale specifica. Sul lato delle ombre: il tasso di dispersione del 64%, l'inadeguatezza della mediazione linguistica, le criticità strutturali dell'istruzione in carcere, la dipendenza dai fondi extra-MIM.

La sfida sistemica che il rapporto pone è quella della transizione demografica come opportunità. L'osservazione di Manfredi è giusta: il calo della popolazione scolastica giovanile e l'aumento della domanda di formazione adulta non sono fenomeni indipendenti, ma componenti di una stessa trasformazione del sistema educativo italiano. Le risorse umane e materiali liberate dalla contrazione della popolazione studentesca giovanile possono  essere progressivamente riallocate verso il comparto adulti. È una scelta politico-amministrativa che richiede coraggio strategico e capacità di programmazione di medio periodo.

Per le scuole italiane, e in particolare per quelle che operano nel comparto IdA, il rapporto è un'occasione per ripensare la propria identità professionale e per riconoscersi come parte di un sistema strategico in espansione, non come marginalità del sistema scolastico tradizionale. I docenti dei CPIA sono professionisti dell'apprendimento permanente, dell'inclusione, dell'intercultura. Sono competenze rare nel sistema scolastico italiano, e la loro valorizzazione contrattuale e formativa è oggi una priorità.

Per gli avvocati e i consulenti che assistono le scuole, infine, il quadro che emerge offre un terreno di lavoro denso ma poco presidiato. La materia dell'IdA incrocia profili giuslavoristici (mobilità dei docenti CPIA, organici, classi di concorso A-23 "Lingua italiana per discenti di lingua straniera"), profili di diritto dell'immigrazione (rapporti tra istruzione e permessi di soggiorno, valutazione dei titoli stranieri, riconoscimento dei crediti), profili di diritto penitenziario (rapporti tra scuola e amministrazione penitenziaria, garanzie dei diritti formativi del detenuto), profili amministrativi (autorizzazioni, accordi di rete, convenzioni). È una specialistica di nicchia ma di forte rilievo civile, che merita di essere coltivata nel panorama professionale del diritto scolastico italiano.

Non ha ancora un account? Registrati ora!

Accedi con il tuo account